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Villa Monteleone a Gargagnago,
la storia di un sogno e una
storia d’amore
(intervista di Franco Ceradini per "Abitare Verona",
aprile 2007)
Di Franco Ceradini
Lucia Duran Raimondi, originaria di Bogotà ma nordamericana
per formazione (ha vissuto gli anni della giovinezza a
Chicago), abita da quasi vent’anni a Monteleone, nella
Valpolicella, in una villa del Seicento, bella e armoniosa
come i vini che produce, fedeli alla tradizione ma rigorosi
e moderni nella cura con cui vengono concepiti e portati a
perfezione.
Dal cortile della villa, ai piedi della collina che da
Gargagnago porta a San Giorgio Ingannapoltron, uno dei
luoghi “magici” della valle, si scorge uno degli ultimi
vigneti ancora integri della Valpolicella. Fuori, dal
viottolo non vengono rumori. Solo il festoso guaire di
Skoshi, la cagnetta di casa, distoglie per un attimo
l’attenzione dallo spettacolo di quest’onda verde regolata
dai muri di sasso e, salendo verso la collina, dalle marogne
a secco che a primavera profumano di viole e di menta
selvatica. Se ci si sposta sul retro, nel parco tutelato
(dagli anni cinquanta monumento nazionale “per la sua
vegetazione arborea che conferisce alla località una nota
paesistica di non comune bellezza”), guardando a nord si
scorge la sagoma austera di Villa Serego Alighieri. Luoghi
nobilissimi, dunque, per una azienda che produce alcuni dei
vini più raffinati della valle, delicati e forti come la
donna che li cura con amore e passione. Una passione che ha
scoperto insieme col marito, Antony Raimondi, quando nel
1988 si è trasferita qui dagli USA, e che ancora la lega a
lui, come dice: “Monteleone, per me, è la storia di un sogno
e una storia d’amore. Abbiamo cominciato insieme a fare
vino, Tony ed io, e ora continuo a portare avanti l’azienda
senza di lui, perché mi fa sentire che ancora facciamo
qualcosa insieme…”. Un sogno che continua anche grazie
all’enologo Federico Giotto, al cantiniere Raffaele Bovo, e
a Sara, l’anima di Monteleone, con Lucia Duran Raimondi da
15 anni, e come lei colombiana.
La signora riceve in un bella saletta, arredata con
semplicità e gusto. Alla parete, fa spicco tra i diplomi
enologici la pergamena vergata di pugno da Sandro Pertini,
nel 1980, con cui il presidente conferiva a Antony Raimondi,
americano figlio di immigrati distintosi come eminente
chirurgo pediatra e come docente alla Northwestern
University di Chicago, il titolo di Cavaliere Ufficiale
della Repubblica Italiana.
Come mai proprio qui, signora?
“Siamo arrivati in Italia nell’86. Mio marito si era
preso l’aspettativa dall’università e decidemmo di venire in
Europa. Avevamo degli amici a Verona, pensavamo di
stabilirci in città. Poi Tony si lasciò conquistare dalla
Valpolicella. La neurochirurgia era la sua professione, ma
la sua vera passione era il vino. Così nell’88 prendemmo
casa. Era primavera, e ad agosto eravamo già qua.
Un arrivo in punta di piedi. Non si vede traccia delle
solite ristrutturazioni radicali…
Abbiamo fatto solo interventi minimi, di conservazione.
Volevamo mantenere l’atmosfera di Villa Monteleone, la sua
storia, senza invadenza. Questa casa è stata costruita in un
arco di 300 anni: iniziata nel Seicento, è stata completata
nell’Ottocento, come potevamo manometterla? Ora, dopo quasi
vent’anni, vorrei sapere qualcosa di più sulle sue origini.
Si sa che nel 1350 fu Pietro, il figlio di Dante Alighieri,
a comprare i terreni qui attorno, per cui si può presumere
che in origine anche questa proprietà gli appartenesse. Ma
occorrerebbe una ricerca d’archivio…
Ci parli dell’azienda agricola, dei vini…
La prima vendemmia fu già nell’89. Facemmo tutto noi,
quasi per gioco. Un vino per la nostra casa e per gli amici,
e così per un paio di anni. Poi, visto che piaceva, anche
per confrontarci col mercato abbiamo assunto un enologo e
cominciato a commerciarlo. La nostra prima annata è stata
quella del ’91, presentata nel ’94. Nel ’92, pessima
vendemmia, niente…
Non ci tiene a fare vino a tutti i costi…
La nostra impostazione fin dall’inizio fu quella di fare
vini di alta qualità. Per cui, se l’annata non è quella
giusta, meglio lasciar stare. Così è stato anche nel 1996,
quando non abbiamo fatto nessun vino, e nel 2002, annata
senza amarone né recioto…
Il segreto di un buon vino?
Come diceva De Lur Saluces, la qualità di un vino
dipende da quattro fattori: terroir, vitigno, annata e
passione del produttore. È proprio la passione con cui è
fatto a distinguere un vino dall’altro. Io non voglio fare
vini internazionali, voglio produrre vini tipici, fatti
utilizzando tecnologie moderne, ma tradizionali nella
sostanza, che esaltino le uve nostre, della Valpolicella.
Sono convinta che l’internazionalizzazione, la
“cocacolizzazione” dei vini, per cui tutti stanno diventando
uguali, abbia il respiro corto. In valpolicella, poi, non si
deve imitare a tutti i costi il Bordeaux. Penso che la gente
prima o poi si stuferà e andrà a cercare le origini.
Quali sono i vini che le piacciono di più?
Dovrei dire l’Amarone, ma quello che sempre mi è
piaciuto di più, che sento maggiormente vicino al cuore, è
il Campo San Vito, il ripasso. L’Amarone è un vino per
occasioni speciali, richiede temperatura, compagnia,
atmosfera, invece il San Vito può accompagnare tutto il
pasto, è più facile da bene, anche se di una certa
importanza…
Quali sono i mercati principali?
Vendiamo all’estero, soprattutto. I clienti migliori
sono gli USA - ho una certa familiarità con quel paese,
ovviamente, e parlo e scrivo meglio in inglese che nella mia
prima lingua, lo spagnolo… – poi la Norvegia e il Giappone.
Esportiamo piccole quantità anche in Canada, Inghilterra,
Svizzera…
Da qualche tempo Villa Monteleone è anche Bed &
Breakfast…
Abbiamo iniziato nel 2005. Tre stanze occupate per il
95% per cento da stranieri, attirati dalla magia del vino,
dalla passione per la cucina e dalla vicinanza alla città,
all’Arena.
E la Valpolicella? È cambiata dai tempi del suo arrivo?
I passi avanti sono stati enormi. Soprattutto nella
qualità dei ristoranti, del cibo e dell’accoglienza.
Dobbiamo però imparare a farci conoscere. Piemontesi e
toscani sono bravissimi in questo. Noi ancora non siamo
apprezzati come si dovrebbe. Molti ancora non sanno dove è
la Valpolicella. In uno studio del Consorzio di tutela che
risale al 2001 risulta che siamo ancora quasi sconosciuti.
Ma per il singolo produttore è impossibile farsi conoscere
al meglio. Dovrà muoversi la Regione…
Lei ospita spesso in villa eventi culturali. Incontri con
poeti, serate di musica. Come mai?
Credo sia importante essere parte della comunità. Non si
può vivere in un paese e prendere e basta. La Valpolicella è
un luogo che io amo e per quanto è possibile cerco di fare
in modo di rendere quanto ricevuto…
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